Adriano Olivetti: l’imprenditore ribelle.

Quando si parla di grandi miti del mondo dell’imprenditoria vengono immediatamente in mente i vari Steve Jobs, Elon Mask, Bill Gates, ma anche in Italia abbiamo un incredibile esempio a cui guardare con ammirazione: Adriano Olivetti.  

Andrea Piras

12/10/2020

Il successo imprenditoriale di Adriano Olivetti è solo la punta dell’iceberg

Ha anticipato di almeno 50 anni il culto della “mela morsicata” per la bellezza applicata alla produzione industriale, attraverso la realizzazione di modelli rivoluzionari come la mitica Lettera 22 e i primi negozi monomarca in cui esperienza industriale, culturale e architettonica si fondono in una cosa sola.

Adriano è stato un visionario capace di gettare le basi per quella rivoluzione informatica di cui sarà il figlio Roberto a raccogliere i frutti, appena prima che l’Olivetti chiudesse i battenti.

Un uomo che ha tentato qualcosa di veramente utopico: unire lo spirito produttivo americano con lo spirito umanistico italiano.

Imprenditore rivoluzionario ma soprattutto ribelle.

Uno spirito libero che ci ha posto una domanda radicale: si può essere allo stesso tempo imprenditori e rivoluzionari? Per rivoluzionari non intendiamo la semplice targhetta che viene affibbiata a chiunque rilasci dichiarazioni appena fuori dalle righe. No, parliamo di rivoluzione come di quel tornare, rivolgersi verso il punto di partenza, verso i valori che ci rendono una comunità.

Parliamo di un ribellarsi che nel suo significato più profondo è un tornare alla bellezza (Ri-bellarsi). Si, perché per Adriano il ruolo della fabbrica è proprio quello di produrre e diffondere bellezza attorno a sé. E non si tratta di una semplice dichiarazione d’intenti ma di un piano di sviluppo che trasforma tutta la comunità su cui cresce e prospera la fabbrica di famiglia.

Olivetti ha aperto la strada a tante conquiste sociali che fino a qualche anno fa davamo per scontate.

Ridistribuzione degli utili, stipendi sopra la media, mutui agevolati, assistenza sanitaria gratuita, asili gratuiti, case progettate, realizzate e messe a disposizione degli operai, biblioteche e mense sono forse i punti più importanti di una rivoluzione che faceva paura alla società di allora come fa paura a quella di oggi.

È il 1957 quando Adriano introduce per primo la settimana da 45 ore, con la profonda convinzione che i dipendenti ripagheranno la libertà con maggiore responsabilità, segno di una sensibilità nuova nel rapporto tra imprenditore e dipendenti. Un nuovo rapporto tra lavoro e operaio, tra lavoratori e dirigenti, tra fabbrica e il territorio che la ospita. E sarà proprio il tentativo di estendere questa rivoluzione oltre i confini del territorio canavese a segnarne, in qualche modo, la fine. 

 Una sfida che ha radici profonde nella nostra cultura.

Quello che a noi rimane sono domande che suonano oggi più che mai come una sfida: il fine dell’impresa è solo il profitto? Cosa significa fare impresa oggi?

Domande che affondano le radici nella cultura sociale del vecchio continente dove, con velocità e applicazioni diverse, si è vissuta un’intensa stagione di conquiste sociali la cui forza propulsiva sembra, oggi, essersi quantomeno affievolita. Lo svilupparsi del culto di un’imprenditoria alla Steve Jobs, alla Elon Musk o alla Bill Gates dice tanto di una società che mette il profitto sopra ogni cosa e considera la felicità come un semplice mezzo per aumentare i livelli di produttività.

Vogliamo dare vita a una nuova idea di società

La sfida che vogliamo fare nostra ha un orizzonte diverso e si sviluppa ridisegnando i rapporti all’interno della nostra agenzia: consolidando un ecosistema in cui i team multidisciplinari si auto-organizzano, dove il capo è definito dal contesto, dove ognuno porta le proprie idee, le proprie curiosità, le proprie competenze e la propria responsabilità. I progetti nascono dalle passioni dei singoli e crescono in una organizzazione che condivide lo spirito del buon giardiniere che si prende cura delle piante e le sostiene rispettandone la natura. Una cultura che è la nostra cultura: che mette le persone al centro, che si organizza con un gerarchia a bassa intensità, che punta sulla formazione continua e che crede che le famiglie e la vita personale non possano passare in secondo piano. Un organismo che muta continuamente nelle relazioni, all’interno e all’esterno.

Trasmettiamo il nostro entusiasmo a tutto il territorio

Siamo convinti che non ci sia un “Planet B” e crediamo che il pensiero sostenibile non sia un optional ma un programma da condividere con le altri grandi realtà del nostro territorio. Ci siamo infatti uniti all’Associazione per la Responsabilità Sociale d’Impresa, un network di imprese modenesi di vari settori e di varie dimensioni, che si pone l’obiettivo di promuovere principi e pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa / Corporate Social Responsibility (CSI). Ne fanno già parte 35 imprese che impiegano, diversamente o attraverso i propri associati, complessivamente più di 30 mila operatori, sul territorio nazionale. Un piccolo passo per riprendere la stessa strada che Adriano ha battuto per primo. Una cultura che non è di un visionario, ma di tutte le persone che si reinventano ogni giorno.